Videosorveglianza e violenza privata

La V sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20527 del 13 maggio 2019, si è pronunciata sulle implicazioni penali dell’utilizzo di sistemi di videosorveglianza.

Il Tribunale di Chieti aveva dichiarato colpevoli i due imputati del reato di violenza privata ex art. 610 c.p.[1] “consistita nell’installare sul muro perimetrale delle rispettive abitazioni telecamere a snodo telecomandabile per ripresa visiva e sonora, orientate su zone e aree aperte al pubblico transito, costringendo gli abitanti della zona, e in particolare le costituite parti civili, a tollerare di essere costantemente osservati e controllati nell’espletamento delle loro attività lavorative e nei loro movimenti”.

La Corte di Appello di L’Aquila, su impugnazione degli imputati, riformava la sentenza di primo grado solo per il trattamento sanzionatorio, rideterminando la pena in mesi sei di reclusione ciascuno, confermandola per il resto.

Avverso la sentenza della Corte di Appello proponevano ricorso entrambi gli imputati.

Il ricorso per Cassazione proposto dai due imputati era considerato fondato dai giudici di legittimità, non essendo ravvisabile, nella condotta contestata, il reato di violenza privata: la Corte ha, infatti, ritenuto che il delitto di violenza privata sia previsto a tutela della libertà psichica dell’individuo e, dunque, che il requisito della violenza si identifichi in qualsiasi mezzo idoneo a comprimere la libertà di autodeterminazione e di azione della persona offesa.

Nel fatto tipico della norma incriminatrice portata dall’art. 610 c.p. possono farsi rientrare solo i comportamenti che siano concretamente offensivi del bene giuridico protetto che, come visto, è la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo. Si tratta, dunque, di effettuare un bilanciamento tra libertà individuali ed esigenze di sicurezza sociale.

In tal senso, una recente pronuncia della Corte Edu (C. Giust. UE causa C-212/13 dell’11.12.2014) ha precisato che, “pur non considerandosi la videosorveglianza che si estende allo spazio pubblico, quella cioè installata dal privato e diretta al di fuori della sua sfera privata, un’attività esclusivamente personale o domestica, tuttavia, ciò, che in astratto è illegittimo, può essere considerato lecito se, secondo il giudice nazionale, nel caso concreto, vi sia un legittimo interesse del titolare del trattamento alla protezione dei propri beni come la salute, la vita propria o della sua famiglia, la proprietà privata”.

Secondo la Corte di Cassazione, concludendo, i due imputati non rispondono del reato di violenza privata di cui all’art. 610 c.p. poiché la loro condotta non ha compresso la libertà di autodeterminazione e di azione degli abitanti della zona, ed altresì perché, nel caso di specie, sussisteva un legittimo interesse alla protezione dei propri beni (salute, vita propria o della famiglia, proprietà privata).

I Professionisti Andersen & Legal sono a disposizione per fornire ulteriori informazioni e chiarimenti in merito all’argomento in commento.

[1] “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339”. Art. 610 c.p.