Validità del contratto con la sola sigla del dichiarante

Così come stabilito dalla Corte di Cassazione con pronuncia n. 6573/18, un contratto può considerarsi concluso anche se vi sia apposta la sola sigla del soggetto legittimato alla sua conclusione.

Secondo la giurisprudenza prevalente, infatti, la firma del dichiarante – costituita da nome e cognome apposti di suo pugno o da una sigla identificabile – esprime la paternità e l’impegno della dichiarazione, la quale, in mancanza, non determina la conclusione del negozio giuridico, nell’ipotesi in cui sia richiesta la forma ab substantiam.

L’eventuale illeggibilità della firma non inficia la validità del negozio per difetto di forma ab substantiam, ma necessita comunque il riconoscimento dell’identità dell’autore per verificarne la legittimazione.

Infatti, la leggibilità di una firma varia a seconda della capacità individuale di decifrazione di chi sia chiamato a compiere questo tipo di operazione e solo in caso in cui la firma si presenti assolutamente incomprensibile e quindi oggettivamente non riconducibile al suo autore, alla stregua di una valutazione affidata ad un soggetto di media diligenza, potrà definirsi come non apposta.

Inoltre la firma, a differenza della sigla e dell’ annotazione del nome e cognome in stampatello, si caratterizza per essere un’espressione esclusiva della personalità di chi l’appone, in modo da costituire un’implicita garanzia di paternità della sottoscrizione. In quest’ottica, chi è chiamato a decifrare una firma non può pretenderne una condizione di oggettiva leggibilità, e ciò proprio a pena di snaturarne la sua principale caratteristica, ossia la sua assoluta personalità e, quindi, la sua specifica funzione.

La verifica sulla firma dovrà quindi limitarsi ad accertare, anche sulla base di dati ed elementi esterni, se la stessa sia attribuibile al suo autore, prescindendo quindi da una sua oggettiva leggibilità.

Inoltre, la possibilità che la sigla sia oggetto di querela di falso deriva dalla sua attribuibilità ad un determinato soggetto. Per poter verificare la paternità della sottoscrizione, diventano rilevanti alcune caratteristiche della scrittura, come ad esempio la pressione esercitata dalla mano, l’inclinazione del segno letterale o le dimensioni delle singole lettere, se perfettamente concordanti tra loro e con le scritture private.

In alcuni casi, però, la sigla non può essere considerata interamente sostitutiva della sottoscrizione, come ad esempio accade per il pagamento, da parte della banca trattaria, di un assegno bancario sottoscritto con una mera sigla del traente anziché mediante la completa indicazione del suo nome e cognome (richiesto ex art. 11 r.d. n. 1736/1933) poiché non è conforme al canone di diligenza professionale previsto dall’art. 1176, comma 2, c.c., e, di conseguenza, avviene a rischio della banca stessa.