Smart working ed emergenza coronavirus

Per far fronte alla situazione di emergenza sanitaria venutasi a creare a seguito del propagarsi del contagio da Covid-19 (c.d. coronavirus), il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 25.02.2020 (DCPM) ha semplificato le modalità di accesso allo smart working per alcune Regioni del territorio italiano e per un periodo di tempo limitato.

Come stabilito dall’art. 2 del DCPM, la modalità del “lavoro agile” (smart working) è applicabile, in via provvisoria proprio per l’emergenza coronavirus, fino al 15 marzo 2020, per i datori di lavoro aventi sede legale o operativa nelle Regioni Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, e per i lavoratori ivi residenti o domiciliati che svolgano attività lavorativa fuori da tali territori, a ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi stabiliti dalla Legge 81/2017, anche in assenza di accordi individuali, ed è attivabile mediante l’invio da parte del datore di lavoro di un’autocertificazione che dichiari che lo smart worker appartiene ad una delle aree di rischio indicate dal DPCM.

Considerata la finalità di tutela cui tale semplificazione è preordinata, ci si chiede se l’attivazione del lavoro agile costituisca un diritto per il lavoratore, a tutela della sua salute, e un corrispondente dovere per il datore di lavoro, obbligato a garantire la tutela dei lavoratori ex art. 2087 c.c.

La situazione di emergenza legata al coronavirus può impattare anche sulle obbligazioni contrattuali, creando responsabilità aziendali per inadempienza.