Rimborso IVA e richiesta degli identificati come non residenti

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella recente sentenza dell’11 Giugno 2020 relativa alla causa C-242/19, ha introdotto alcune precisazioni in merito ai seguenti punti:

  1. interpretazione dell’art. 17, paragrafo 2, lettera g) della Direttiva IVA (2006/112/CE);
  2. diposizioni emanate dalla Direttiva in tema di Rimborso IVA (2008/9/CE), art. 2 punto 1 e articolo 3.

Con riferimento al caso specifico, la vicenda in esame ha come protagonista una società belga (Alfa), la quale acquistava da fornitori rumeni e da altri soggetti UE pallet che venivano trasportati dagli hub dei fornitori verso una destinazione situata in Romania. Tali pallet venivano poi noleggiati a una società ivi stabilita (Beta) del medesimo gruppo. A sua volta la società Beta sub-noleggiava i pallet a clienti rumeni, i quali potevano spedirli in Romania, in altri Stati UE o all’estero. Infine, i pallet utilizzati per il trasporto di merci all’esportazione venivano successivamente rispediti in Romania a Beta, la quale li dichiara all’importazione e ne rifattura il valore e l’IVA ad Alfa.

La società Alfa presenta istanza di rimborso per l’Iva corrisposta al fornitore rumeno e l’Iva rifatturata da Beta, che le viene però negato dall’Amministrazione finanziaria locale a causa del mancato rispetto da parte della società dell’obbligo di identificarsi per perfezionare l’acquisto intra Ue in Romania.

La Corte di Giustizia ha innanzitutto precisato che non si considera assimilato a una cessione intracomunitaria, ai sensi dell’art. 17 della Direttiva IVA, il trasferimento da parte di un soggetto passivo di beni di provenienza da uno Stato Membro verso un altro Stato Membro per una prestazione di servizi (noleggio), se l’utilizzo di tali beni nello Stato di destinazione ha carattere temporaneo e gli stessi beni sono stati trasportati o spediti a partire dallo Stato UE in cui il soggetto passivo è stabilito.

Pertanto, ai fini della applicazione dell’art. 17, paragrafo 2, lettera g) della Direttiva IVA (2006/112/CE) è opportuno verificare se:

  • l’utilizzo dei beni trasferiti sia di natura temporanea, sulla base delle condizioni dei contratti di noleggio e delle caratteristiche dei beni (tuttavia la Corte non dà indicazioni precise e utili su come misurare la temporaneità);
  • i beni siano stati spediti o trasportati in uno Stato Membro dallo Stato UE in cui il soggetto passivo è stabilito.

Ove tali condizioni siano soddisfatte, non si configura una cessione intracomunitaria assimilata che porta con sé l’obbligo del cessionario di identificarsi nello Stato Membro di arrivo dei beni, per perfezionare l’acquisto Intra UE e assolvere l’imposta in reverse-charge.

Infatti, la Corte ribadisce che la norma di cui all’art. 17, paragrafo 2, lettera g) della Direttiva IVA (2006/112/CE) deve essere interpretata in modo restrittivo.
Con la medesima Sentenza è stato inoltre ribadito che, in base alla direttiva in tema di Rimborso IVA n. 2008/9/CE, uno Stato Membro non può negare a un soggetto passivo stabilito in un altro Stato Membro il diritto al rimborso dell’IVA per il solo motivo che tale soggetto è o dovrebbe essere identificato ai fini IVA nello Stato Membro cosiddetto “di rimborso”. Di fatto le uniche condizioni richieste per ottenere il rimborso IVA sono quelle di carattere sostanziale, previste dall’articolo 3 della Direttiva in tema di Rimborso IVA (2008/9/CE), ovvero:

  • nel periodo di riferimento non avere nello Stato Membro di rimborso né la sede della propria attività economica né una stabile organizzazione dalla quale fossero effettuate operazioni commerciali, né, in mancanza di tale sede o stabile organizzazione, il domicilio o la residenza abituale;
  • nel periodo di riferimento non avere effettuato cessioni di beni o prestazioni di servizi il cui luogo di effettuazione si possa considerare situato nello Stato Membro di rimborso – territorialmente rilevanti in tale Stato.

Nessuna norma, invece, subordina il diritto al rimborso in uno Stato Membro a una condizione di carattere meramente formale quale l’obbligo di identificazione ai fini IVA .

Sulla base di quanto sopra indicato, e non essendo previsto dalla Direttiva stessa nessun altro requisito a tal fine, la legislazione interna dello Stato Membro non può impedirne il rimborso IVA a un soggetto passivo stabilito nel territorio di un altro Stato Membro per il solo motivo che tale soggetto passivo è o avrebbe dovuto essere identificato ai fini dell’imposta sul valore aggiunto nel medesimo Stato Membro che dovrebbe emettere il rimborso.

Si evidenzia che proprio sulla scorta di tale pronuncia sembrerebbe oramai quantomeno superata la previsione dell’Agenzia delle Entrate italiana, che imporrebbe all’identificato diretto e a coloro che usufruiscono del rappresentante fiscale di richiedere il rimborso IVA ai sensi dell’articolo 38 bis del D.P.R. del 633/1972, e non attraverso il meccanismo del rimborso ai sensi dell’art. 38 bis2 del citato Decreto. Si attendono pertanto chiarimenti in merito dalla stessa Amministrazione finanziaria.

 

Alessandro Filippo Consonni