Il recesso del socio da una società per azioni con durata eccessivamente lunga

Con la pronuncia n. 4716 del 21.02.2020, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sull’esercizio del diritto di recesso in ambito societario in particolare con riguardo ad una società per azioni la cui durata era stata fissata sino al 31 dicembre 2100 e il cui Statuto escludeva espressamente il diritto di recesso in capo ai soci.

La Suprema Corte ha ribadito la necessità di dare il giusto rilievo alla scelta del legislatore di prevedere una diversa disciplina delle ipotesi di recesso ad nutum nelle società di persone e nelle società di capitali.

Nelle prime, infatti, in cui prevale l’intuitus personae, l’art. 2285 c.c. conferisce al socio il diritto di recedere dalla società quando questa è contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci. La ratio di tale disciplina risiede nella possibilità per i creditori di rivalersi oltre che sul patrimonio societario anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili.

Nelle società di capitali, invece, il recesso ad nutum è previsto solo nel caso in cui la società sia stata contratta per un periodo di tempo indeterminato; nulla è, invece, disposto nella diversa ipotesi in cui lo statuto preveda una durata della società superiore alla durata media della vita umana. Tale disciplina trova giustificazione nell’esigenza di certezza e tutela dell’interesse dei terzi creditori i quali possono fare affidamento solo sul patrimonio sociale che, quindi, potrebbe subire una riduzione nel caso di recesso del socio.

Da ciò deriva la necessità di una interpretazione restrittiva delle norme in tema di recesso del socio di società di capitali proprio in ragione del prevalente interesse della società alla conservazione del capitale sociale.

La pronuncia in commento, quindi, si fonda su due argomentazioni.

In primo luogo, distingue tra cause di recesso inderogabili ex art. 2437 comma 1 c.c. e cause di recesso derogabili dallo statuto previste dal secondo comma dell’art. 2437 (tra cui vi rientra anche l’ipotesi della proroga del termine di durata della società). Il socio, dunque, come nel caso di specie oggetto di attenzione da parte della Suprema Corte, non può dolersi qualora lo statuto abbia escluso l’esercizio del diritto di recesso a seguito della proroga del termine di durata della società a meno che tale decisione non sia stata assunta attraverso una delibera assembleare a cui lo stesso non abbia partecipato.

In secondo luogo, i giudici di legittimità hanno ritenuto necessaria una interpretazione letterale dell’art. 2437 c.c. che limita tassativamente la possibilità di recedere ad nutum solo nel caso di società contratta a tempo indeterminato.

Se ne ricava, dunque, che la disciplina di cui all’art. 2437 comma 3 c.c. non possa essere applicata al socio di una società che, sebbene sia stata contratto per un tempo eccessivamente lungo, abbia comunque un termine di durata determinato.

Desiree Pasquariello