Per i contratti con forma scritta ad probationem, l’eccezione ex art. 2725 non può essere rilevata d’ufficio

Sulle limitazioni della prova testimoniale nei contratti è tornata a pronunciarsi la Suprema Corte che, in una recente sentenza a Sezioni Unite (n. 16723 del 31.08.2020), ha ripercorso la disciplina codicistica analizzando il diverso atteggiarsi dell’eccezione di inammissibilità della prova per testimoni nei contratti in cui la forma scritta è richiesta ad substantiam e nei contratti in cui la forma è prescritta ad probationem.

Ciò che emerge dal principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite è proprio una differente ratio legis tra le norme processuali dettate da ragioni di ordine pubblico e quelle poste a tutela di interessi privati.

Ed infatti, nei contratti in cui la forma scritta è richiesta ad substantiam – essendo la forma requisito essenziale a pena di nullità – la prova testimoniale del contratto è inammissibile (salvo l’ipotesi di perdita incolpevole del documento). L’eccezione di inammissibilità potrà essere dedotta in ogni stato e grado del giudizio e potrà essere rilevata d’ufficio dal giudice.

Quando, invece, la forma scritta è imposta ad probationem, la forma è requisito processuale del contratto: ciò comporta che la mancanza dell’atto impone una limitazione sul terreno della prova. In questo caso, però, l’inammissibilità della prova testimoniale dovrà essere eccepita dalla parte interessata prima della sua ammissione e, nel caso in cui la prova sia stata ugualmente assunta, dovrà esserne eccepita la nullità ai sensi dell’art. 157 comma 2 c.p.c..

In difetto, la nullità dovrà intendersi sanata in quanto, essendo il limite di cui all’art. 2725 c.c. dettato nell’esclusivo interesse delle parti, queste ultime, con il loro comportamento processuale, hanno piena facoltà di rinunciarvi. Al giudice resta, dunque, preclusa qualsiasi indagine officiosa in ordine all’ammissibilità della prova testimoniale.

 

Desiree Pasquariello