Operazioni soggettivamente inesistenti e onere della prova

Negli ultimi mesi la Corte di Cassazione è ritornata più volte ad esaminare la questione attinente il recupero Iva su operazioni soggettivamente inesistenti.

La Corte, con due ordinanze gemelle (n. 3473 e n. 3474 del 13 febbraio 2018), ha affermato che spetta all’Amministrazione finanziaria, che contesti una fattispecie di fatturazione per operazioni soggettivamente inesistenti e neghi il diritto alla detrazione della corrispondente imposta, provare che la prestazione non è stata resa dal fatturante. Tale contestazione non deve necessariamente essere supportata da una prova certa ed incontrovertibile, bensì bastano presunzioni semplici, purché dotate del requisito di gravità, precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi rivelatori della violazione. In particolare tra gli elementi sintomatici della mancata esecuzione della prestazione dal fatturante possono rilevare, in via indiziaria, l’assenza della minima dotazione personale e strumentale, l’immediatezza dei rapporti (cedente/prestatore fatturante interposto e cessionario/committente), una conclamata inidoneità allo svolgimento dell’attività economica e la non corrispondenza tra i cedenti e la società coinvolta nell’operazione. Ricade, invece, sul contribuente l’onere di dimostrare di non aver potuto sapere che il fatturante non era l’effettivo fornitore del bene, oppure di non essere stato in grado di riconoscere, con l’uso della normale diligenza, il carattere fraudolento delle operazioni poste in essere dagli altri soggetti coinvolti.

Lo stesso orientamento è stato confermato con l’ordinanza n. 9721, del 19 aprile 2018, in cui è precisato che spetta all’Amministrazione finanziaria allegare elementi oggettivi che dimostrino che il soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto avere conoscenza che l’operazione si iscriveva in una fattispecie fraudolenta.

Con la recente ordinanza n. 13354 del 28 maggio 2018, infine, la VI Sezione della Corte di Cassazione ha ribadito che è sufficiente che l’Amministrazione finanziaria dimostri la mancanza di strutture logistiche e di adeguata organizzazione della società cedente, mentre la stessa non è tenuta a fornire evidenza della complicità tra cedente e cessionario, con l’effetto di addossare sul contribuente l’onere della prova dell’inconsapevolezza che il fatturante non era l’effettivo fornitore del bene e che vi è stato un comportamento fraudolento.