Obbligo di motivazione delle delibere assembleari

Dal combinato disposto delle norme di diritto societario contenute nel Codice Civile si evince, come ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione[1], che non vige il principio generale di obbligo di motivazione delle delibere assembleari assunte dalle società a responsabilità limitata o dalle società per azioni. Al contrario, dalle disposizioni codicistiche, emerge la regola per cui la maggioranza assembleare assume legittimamente le decisioni senza l’esigenza di una specifica motivazione.

A conferma di tale assunto, si osserva che il legislatore ha previsto solo alcuni determinati casi in cui si richiede espressamente un obbligo di motivazione e precisamente nelle fattispecie delineate dagli articoli 2441 c.c., comma 5, e 2497 ter c.c..

Con particolare riferimento all’articolo 2441 c.c., comma 5, in tema di società per azioni, le decisioni di aumento del capitale con esclusione o limitazione del diritto di opzione, spettante ai soci, possono essere legittimamente assunte solo nel caso in cui vengano puntualmente indicate le ragioni dell’esclusione di predetto diritto. Si precisa che, anche qualora l’esclusione del diritto di opzione dovesse derivare dalla decisione di deliberare un aumento di capitale mediante determinati conferimenti in natura, è altresì necessario indicare le ragioni alla base dell’individuazione di tale tipologia di conferimento.

La mancata previsione di un richiamo specifico, dell’articolo 2441 co. 5 c.c. nella disciplina concernente le società a responsabilità limitata, è da intendersi nel senso che il legislatore ha volutamente delimitato l’ambito di applicazione di tale normativa esclusivamente alle società per azioni. Pertanto, le società a responsabilità limitata  possono in qualsiasi caso assumere legittimamente delibere di aumento di capitale senza l’obbligo di esplicitarne le ragioni, a differenza delle società per azioni le quali sono  esonerate dall’obbligo di motivare la delibera di aumento di capitale solo nel caso in cui questa non limiti, in alcun modo, l’esercizio del diritto di opzione.

L’articolo 2497 ter c.c., in tema di società controllate, e pertanto sottoposte alla direzione e al coordinamento di altre società, prevede espressamente che le decisioni dell’assemblea o degli amministratori devono essere motivate in modo chiaro e circostanziato, indicando le ragioni che le hanno determinate. Precisamente, la motivazione deve prevedere non solo gli interessi coinvolti della società stessa che ha adotta la decisione, bensì, anche gli interessi del gruppo, della holding e delle altre società controllate. A tal fine, si ritiene che tali interessi siano perseguibili a condizione che la società adottante la decisione non subisca dalla stessa un danno, salvo il caso in cui tale danno non venga compensato da benefici derivanti dall’operazione deliberata.

Accanto a tali ipotesi esplicitamente individuate, la dottrina e la giurisprudenza[2] sono concordi nel ritenere che, in via interpretativa, possono essere individuati altri casi in cui l’obbligo di motivazione dovrebbe essere considerato essenziale al fine della legittimità della delibera assembleare, quali ad esempio le deliberazioni di interruzione del rapporto sociale nel caso di esclusione del socio o di revoca dell’amministratore. In tali ipotesi l’obbligo di motivazione risiede nella natura stessa della tipologia di delibera assembleare, la cui legittimità dipende dal verificarsi di determinati presupposti, di origine statutaria o riguardanti il verificarsi di una giusta causa, i quali devono necessariamente essere a fondamento della decisione assembleare, al fine della validità della stessa.

In conclusione, si osserva che l’obbligo di motivazione delle delibere assembleari risulta essere circoscritto ai casi individuati dalla concorde interpretazione dottrinale e giurisprudenziale e dalle fattispecie indicate dal legislatore, sopra esaminate, potendosi, pertanto, affermare che la disciplina del diritto societario predilige garantire ai soci la libertà di determinazione senza vincolarli, necessariamente, ad esternare le ragioni delle proprie decisioni.

[1] Corte di Cassazione, Sentenza n.15647 del 22 luglio 2020;

[2] Corte di Cassazione, Sentenza n. 2037 del 26 gennaio 2018.