Newsletter team europeo Litigation & Arbitration: le clausole di rebus sic stantibus e forza maggiore

Il team europeo Litigation & Arbitration ha redatto una nuova newsletter dedicata ai mutamenti straordinari delle relazioni economiche negoziali, analizzando nello specifico l’attuale situazione in Belgio, Germania, Ungheria, Italia, Macedonia, Malta, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna e Svizzera.

I professionisti Andersen di diversi Paesi spiegano come affrontare i cambiamenti in atto dal punto di vista legale. Sono dunque stati approfonditi due principi che costituiscono la base più comune delle rivendicazioni legali, le clausole rebus sic stantibus e di forza maggiore.

 

La clausola rebus sic stantibus

Questa clausola si riferisce all’impatto del mutamento delle circostanze sugli obblighi contrattuali. Tale principio ne integra un altro: pacta sunt servanda, ossia i patti devono essere rispettati. Tuttavia, la clausola rebus sic stantibus si applica solo a particolari situazioni: il suo scopo è la rimodulazione dell’obbligo per riequilibrare il rapporto sinallagmatico in funzione dell’esecuzione. Quando ciò non fosse possibile, tornerà in rilievo il rimedio della risoluzione.

 

Clausola di forza maggiore

Non vi è una definizione chiara della clausola di forza maggiore, ma in molti contratti si considera “forza maggiore” una circostanza imprevedibile che esclude la responsabilità delle parti per il mancato o cattivo adempimento degli obblighi. Spesso le parti individuano all’interno dell’accordo stesso gli elementi considerati “forza maggiore”, ma normalmente non si tratta di una lista chiusa e, al momento, il Covid-19 è raramente indicato. In ogni caso, deve esistere un rapporto di causalità fra la “forza maggiore” e il mancato o cattivo adempimento. Il contratto può prevedere norme di risoluzione nel caso dell’attivazione di questa clausola, in assenza delle quali le parti sono tenute all’esecuzione del contratto al cessare dell’evento di forza maggiore.

 

La legislazione italiana

I professionisti Andersen Antonio De Paoli, avvocato esperto di consulenza stragiudiziale e contenzioso nelle materie civile, commerciale, tributario e penale connesso, e Tatiana Karabanova, avvocato specializzata in materia di diritto civile, commerciale e societario, analizzano l’attuale situazione italiana che, insieme ai recenti cambiamenti geopolitici mondiali danno luogo a questioni che possono compromettere il commercio nazionale e transnazionale e/o l’equilibrio degli accordi contrattuali. In particolare, le suddette circostanze e le misure adottate dal Governo per far fronte agli eventi straordinari, possono essere inquadrate giuridicamente come “cause di forza maggiore”, laddove esonerano da responsabilità i soggetti incapaci di adempiere ai propri obblighi contrattuali.

Il Codice civile italiano non offre una definizione specifica di “forza maggiore”, che è stata invece elaborata dalla giurisprudenza. Il concetto è contenuto in modo generico nell’Art. 1467 del c.c. rubricato “Contratti a titolo oneroso”, che riconosce al debitore il diritto di chiedere la risoluzione del contratto nel caso in cui la prestazione da lui dovuta diventi eccessivamente onerosa a causa di effetti straordinari e imprevedibili, estranei alla sua sfera d’azione. Fanno parte di questa categoria di eventi i disastri naturali, le guerre civili, le epidemie, e il c.d. factum principis, ossia gli ordini e i divieti delle autorità.

Di recente, la giurisprudenza si è espressa su questo tema principalmente in materia di locazioni. In proposito, si è stabilito che il conduttore moroso, in quanto impossibilitato a pagare regolarmente il canone di locazione a causa dell’osservanza delle norme di contenimento della pandemia, ha l’onere di fornire la prova in concreto del nesso tra la causa dell’impossibilità e l’inadempimento. Infatti, il rispetto di tali norme costituisce solamente una causa astratta di forza maggiore, la cui incidenza nel caso concreto deve essere provata dal conduttore. Tuttavia, lo strumento della risoluzione, producendo ex tunc (vale a dire dal momento del verificarsi dell’evento risolutivo) un effetto di cessazione delle obbligazioni contrattuali, non appare sempre il mezzo più idoneo a tutelare gli interessi delle parti.

Un’alternativa alla risoluzione è l’obbligo di rinegoziazione dei contratti, anche se non espressamente previsto dal c.c., ma solamente accennato nel suddetto art. 1467 c.c.. Si contempla l’ipotesi che, al verificarsi di “eventi straordinari e imprevedibili”, sia consentito nei contratti a esecuzione continua o differita di offrire alla parte lesa l’alternativa tra la risoluzione e il ripristino delle condizioni contrattuali ad equità, nel rispetto del principio rebus sic stantibus e di buona fede. Anche in questo caso sono state pronunciate diverse sentenze di merito, secondo le quali, anche in assenza di clausole di rinegoziazione, i contratti di durata devono continuare a essere rispettati e applicati dalle parti contraenti, finché permangono le condizioni e i presupposti di cui hanno tenuto conto al momento della conclusione dell’accordo, in applicazione del principio rebus sic stantibus.