Polizze vita, a rischio i vantaggi fiscali

Con la sentenza 10333/2018 la Cassazione ha ribadito, richiamando un suo precedente intervento (sentenza 6061/2012) che le polizze vita sono da considerarsi tali solo se garantiscono la restituzione del capitale a scadenza, altrimenti sono da considerarsi come ordinari contratti di investimento.
La Corte ha specificato che la polizza assicurativa sulla vita va identificata come quella nella quale il rischio dell’assicurato viene assunto in toto dall’assicuratore, mentre assume natura di un contratto di investimento finanziario quando il rischio di performance ricade sull’assicurato.
La riqualificazione di una polizza assicurativa in un mero prodotto finanziario comporta diversi effetti sia in ambito fiscale che in ambito successorio e di protezione patrimoniale.
Infatti, quando il prodotto è qualificato come polizza vita è possibile beneficiare del cosiddetto “tax deferral” meccanismo grazie al quale la tassazione viene posticipata solo al momento del riscatto totale o parziale della polizza. Se si considera lo stesso come un investimento finanziario, il risultato della gestione è tassato invece annualmente sulla base delle plusvalenze realizzate e rendicontate all’investitore.
Per quanto riguarda invece le imposte indirette, è ormai noto quanto sancito dall’articolo 12, comma 1, lettera c) del Dlgs 31 ottobre 1990, n.346 il quale prevede l’esclusione dalla formazione dell’attivo ereditario delle somme corrisposte agli eredi in forza di assicurazioni previdenziali obbligatorie o stipulate dal defunto. Escludendo quindi queste somme spettanti ai soggetti beneficiari dal patrimonio del defunto.
Risulta dunque evidente che una riqualificazione di una polizza vita in un prodotto finanziario potrebbe avere effetti molto significativi, sia dal punto di vista tributario che successorio, per il cliente sottoscrittore.

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