La sostenibilità nella moda: da fast fashion a sustainable fashion

L’insostenibilità della moda

I prodotti tessili hanno un ruolo fondamentale nella vita quotidiana di ogni persona in quanto sono utilizzati come capi di abbigliamento e tessili per l’arredamento, vengono impiegati in settori come medicale, edilizia ed automotive.

Negli ultimi anni la crescita della produzione e del consumo di prodotti tessili ha portato a un significativo aumento del loro impatto sul clima, sul consumo di acqua e di energia e sull’ambiente.

Il settore della moda rappresenta la quarta maggiore industria a livello globale con un valore stimato in circa 3 trilioni di dollari, contribuendo alla generazione del 2% del Pil mondiale, con un impiego di circa 75 milioni di persone.

Vista la portata di questi numeri, risulta chiaro come il settore della moda sia uno dei business trainanti dell’economia mondiale e come l’impatto che genera sugli aspetti legati alla sostenibilità non possa più essere sottovalutato.

L’impatto del fast fashion

Nel corso degli ultimi anni il settore della moda ha, infatti, vissuto importanti cambiamenti, strettamente connessi alla variazione dei comportamenti dei consumatori.

Tra il 1996 e il 2018 i prezzi dell’abbigliamento nell’UE sono diminuiti di oltre il 30% rispetto all’inflazione e, nonostante questo, la spesa media delle famiglie per l’abbigliamento è sensibilmente aumentata. Tale dinamica dimostra che questi modelli, propri del cosiddetto fast fashion, non siano sostenibili in una prospettiva temporale di medio-lungo termine.

La domanda crescente di prodotti tessili e la conseguente produzione in crescita hanno alimentato l’uso inefficiente di risorse non rinnovabili, compresa la produzione di fibre sintetiche a partire da combustibili fossili.

La dimensione di questo settore lo porta anche ad essere uno di quelli maggiormente impattanti a livello globale a causa dell’impiego di un modello lineare caratterizzato da tassi ridotti di utilizzo, riutilizzo, riparazione e riciclaggio fibre-to-fibre (a ciclo chiuso) dei tessili e che spesso non tiene in considerazione qualità, durabilità e riciclabilità tra le priorità nella progettazione e la confezione dei capi di abbigliamento.

L’industria della moda è responsabile di una quota tra il 4% e il 15% delle emissioni globali di CO2 e consuma più del 20% dell’acqua per usi industriali, seconda solo all’agricoltura. Inoltre, il 70% dei tessuti è composto da derivati del petrolio (soprattutto poliestere, per 80 milioni di tonnellate all’anno) e solamente l’1% di questi viene riciclato, mentre il resto è destinato alla discarica (con tempi di decomposizioni di mille anni). Per questo motivo l’abbigliamento è la maggior fonte di microplastiche nei mari (35%).

Andando a guardare il consumo di risorse idriche, emerge che ogni anno viene consumata dall’industria tessile e dell’abbigliamento, una quantità di acqua pari a 93 miliardi di metri cubi per le attività di coltivazione e di produzione.

Sulla base di questi dati e coerentemente a quanto affermato dal report Global fashion: green is the new black 2023 di Barclays, risulta chiaro che oggi il sistema moda si contraddistingua per un modello di business «non sostenibile» che, oltretutto, continuerà a crescere, a ritmi importanti.

Di fatto, secondo le stime di Bcg e Global fashion agenda, si è anche portati a desumere che questo toccherà i 3,3 trilioni di dollari entro il 2030, con una crescita annua del 5% dell’impatto negativo sull’ambiente. Sempre entro il 2030 (ma rispetto al 2015) sono attesi aumenti significativi nel consumo di acqua (+50%), emissioni (+63%), tonnellate di rifiuti creati (+52%). Mentre, entro il 2050 ci si attende che l’industria della moda consumerà il 25% del carbon budget mondiale (fonte Ellen MacArthur Foundation).

Condizioni di lavoro critiche

A decretare l’insostenibilità di questo mondo sono molti fattori non solo a livello ambientale, ma anche a livello sociale.

La dinamica in atto trova una strettissima connessione con l’affermazione del fenomeno del fast fashion che si basa sulla tendenza da parte dei brand di proporre all’incirca dodici collezioni all’anno, che si auto cannibalizzano, tutte contraddistinte dalla combinazione di capi di dubbia qualità e con un prezzo facilmente accessibile.

Se da una parte il fast fashion ha democratizzato il sistema moda, dall’altra ha decretato ed evidenziato come l’attuale modello basato sulla linearità e, quindi, sulla logica produci-consuma-getta, non sia più sostenibile.

Questo sistema non alimenta solo un eccessivo sfruttamento dell’ambiente, ma è anche la causa dell’affermazione di condizioni di lavoro non eque.

Il primo esempio che ha messo in luce l’insostenibilità delle condizioni di lavoro dei lavoratori del sistema moda è sicuramente il crollo della fabbrica Rana Plaza in Bangladesh, dove nel 2013 morirono oltre mille dipendenti e rimasero ferite più di 2,5 mila persone.

I lavoratori del Rana Plaza erano costretti a lavorare ininterrottamente giorno e notte in condizioni estreme in un edificio pericolante e, nonostante le diverse segnalazioni dei dipendenti, i dirigenti fecero continuare a lavorare gli operai dietro la minaccia di perdere il posto di lavoro.

Questo avvenne dal momento che il rischio che correvano i proprietari della fabbrica era quello di perdere i contratti di lavoro con le grandi catene della fast fashion e, di conseguenza, i loro introiti economici spesso con la complicità dei loro stessi governi e istituzioni.

Anche dopo la visibilità mediatica dell’evento, gli sfruttamenti nel settore della moda non hanno cessato di essere la regola: salari bassissimi, turni interminabili, condizioni di lavoro pessime e tutele sindacali nulle.

Da non dimenticare, gli episodi denunciati da clienti che hanno ritrovato all’interno degli stessi vestiti delle richieste d’aiuto o dei biglietti lasciati dagli operai.  Secondo il Ministero del Lavoro degli Stati Uniti risultano prove di lavoro forzato e di lavoro minorile nell’industria della moda in Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India, Indonesia, Filippine, Turchia e Vietnam. H&M, Forever 21, GAP e Zara sono alcuni tra i marchi più conosciuti che sono stati coinvolti in questi scandali.

Si tratta, quindi, di aziende che si approfittano del tessuto economico e sociale dei Paesi in cui hanno delocalizzato le proprie fabbriche, per nulla intenzionati a portare incentivi per lo sviluppo umano delle comunità locali in cui si inseriscono.

Moda e sostenibilità

È a questo punto che la moda sostenibile diventa una vera e propria necessità. Come abbiamo precedentemente evidenziato, l’industria della moda si caratterizza per un forte e crescente impatto a livello globale sugli indicatori sia di sviluppo sociale che ambientale.

Sulla base di queste evidenze risulta chiaro che oggi più che mai viga la necessità di operare ai fini di riuscire a sviluppare un sistema che sia capace di ridurre le emissioni di CO2, affrontare il problema della sovrapproduzione, ridurre inquinamento e sprechi, promuovere la biodiversità e garantire salari equi e condizioni di lavoro sicure per i lavoratori. Questi sono solo parte degli elementi cruciali da migliorare per ridurre concretamente l’impatto ambientale e sociale del settore e contribuire a raggiungere gli obiettivi climatici globali.

La consapevolezza di queste necessità del settore ha promosso dei cambiamenti significativi di alcuni marchi della moda che iniziano ad attribuire una crescente importanza all’analisi e alla valutazione dell’impatto ambientale derivante dalle proprie attività.

Nonostante questo, si rileva che il consumo dei prodotti del sistema moda, i costi sociali e ambientali associati al settore continuano ad aumentare.

Pertanto, per garantire una riduzione dell’impatto ambientale delle aziende e, allo stesso tempo, perseguire una crescita economica, è fondamentale che le imprese adottino un approccio basato sui principi dello sviluppo sostenibile.

Sviluppo sostenibile

Lo sviluppo sostenibile si fonda su tre pilastri fondamentali, che devono essere bilanciati tra di loro

  1. Sostenibilità ambientale: comprende la protezione dell’ambiente e dei suoi sistemi, la gestione oculata delle risorse naturali e la riduzione dell’inquinamento e degli sprechi
  2. Sostenibilità economica: implica uno sviluppo economico e un benessere che siano robusti nel lungo termine e distribuiti in modo equo
  3. Sostenibilità sociale: si riferisce al progresso sociale e all’equità che soddisfano le esigenze umane, come salute, istruzione, giustizia sociale, diritti umani e coinvolgimento dei cittadini

Obiettivi sostenibili

Guardano al settore della moda e ai suoi Sustainable Development Goals, assume un ruolo particolarmente importante la UN Alliance for Sustainable Fashion nata durante il Summit delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, tenutosi a New York nel 2015, in occasione del quale è stata approvata l’Agenda 2030 che ha chiarito i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e i suoi 169 sotto-obiettivi. Gli obiettivi chiariti in questo frangente – direttamente o indirettamente – sono correlati all’industria della moda e del tessile per la forte interconnessione tra il settore e gli obiettivi e i target individuali.

UN Fashion Alliance: alleanza creata per promuovere la collaborazione tra le diverse agenzie dell’ONU che operano nel settore della moda al fine di aiutarle a sostenere progetti e politiche che assicurino un contributo positivo della catena del valore della moda verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

La UN Fashion Alliance ambisce a sostenere pratiche equosolidali, garantire condizioni di lavoro dignitose, proteggere i diritti dei lavoratori e promuovere l’innovazione per un futuro più sostenibile.

Gli obiettivi dell’Alleanza sono strettamente allineati agli SDGs dell’Agenda 2030:

  • promozione della riduzione delle emissioni di gas serra nel settore della moda
  • minimizzazione dell’uso di risorse naturali
  • riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento
  • promozione dell’equità e dell’inclusione
  • contributo alla crescita economica sostenibile

Responsabilità estesa del produttore

Questa transizione del settore verso la sostenibilità sancisci, quindi, una serie di sfide e vantaggi per le aziende di moda che si trovano ora a dover intraprendere un percorso tenendo conto delle richieste del mercato e dei grandi buyer.

Nonostante le difficoltà di implementare un nuovo modello di business, questo cambiamento verso la sostenibilità favorisce gli investimenti e rende le aziende impegnate nella riduzione del proprio impatto ambientale, maggiormente preparate ad affrontare le normative sempre più rigorose che si stanno delineando.

Infine, l’adozione di pratiche sostenibili può anche attrarre un mercato di consumatori sempre più consapevoli e attenti alle questioni ambientali.

La transizione sostenibile è un percorso che può però presentare degli ostacoli. La prima criticità è, sicuramente, rappresentata dai costi iniziali legati all’implementazione di pratiche più sostenibili, come l’adozione di tecnologie eco-friendly o la revisione dei processi produttivi. Questi oneri possono essere significativi e richiedere investimenti che saranno ammortizzati solo nel lungo termine.

Ancora, potrebbe esserci una mancanza di consapevolezza o comprensione da parte di alcune parti interessate sul motivo per cui questo cambiamento è importante e necessario: un processo che necessita quindi di un’educazione e una sensibilizzazione continue.

A questi elementi, che decretano la necessità che il sistema moda attui una effettiva transizione verso la sostenibilità, si unisce anche il fatto che i consumatori siano sempre più consapevoli ed esigenti. Al giorno d’oggi, i clienti non si accontentano più di capi che siano solo belli da indossare, ma desiderano avere più informazioni richiedendo maggiore trasparenza agli operatori del settore.

Ai compratori attenti interessa sapere come il capo che indossano sia stato creato, vogliono assicurarsi che modi, tempi e luoghi di produzione non contribuiscano a deteriorare le condizioni ambientali del pianeta e le condizioni lavorative del personale addetto alla produzione. Infatti, secondo i dati registrati da McKinsey i prodotti con certificazioni o dichiarazioni di sostenibilità hanno registrato un aumento delle vendite dell’8%.