La legge n. 124 del 2017 non ha effetti retroattivi

Sulla perdurante operatività dell’art. 1526 c.c., in ipotesi di risoluzione per inadempimento di un contratto di leasing, si sono pronunciate di recente le Sezioni Unite della Corte di Cassazione[1] che, dopo aver precisato che la legge n. 124 del 2017 non ha effetti retroattivi, hanno affermato l’applicabilità di quest’ultima ai soli contratti di locazione finanziaria relativamente ai quali i presupposti della risoluzione per inadempimento si siano verificati dopo la sua entrata in vigore.

In particolare, la vicenda portata all’attenzione della Suprema Corte riguardava il fallimento di un utilizzatore al cui passivo la società concedente aveva chiesto di insinuarsi per il credito derivante dalle rate scadute e non pagate del contratto di leasing traslativo. La domanda di ammissione al passivo veniva, tuttavia, rigettata dal Giudice Delegato in quanto il rapporto negoziale tra concedente e utilizzatore era stato risolto prima della dichiarazione di fallimento e, pertanto, alla fattispecie concreta avrebbe dovuto applicarsi la disciplina di cui all’art. 1526 c.c..

La società concedente ricorreva in Cassazione sostenendo che, a seguito della tipizzazione del contratto di leasing avvenuta ad opera della legge n. 124 del 2017, doveva ritenersi venuta meno la distinzione tra leasing traslativo e leasing di godimento con la conseguente applicabilità alla fattispecie de qua (non soggetta ratione temporis alla L. n. 124 del 2017) dell’art. 72 quater l.fall..

Si poneva, dunque, il problema di invocare e utilizzare la disciplina prevista dall’art. 72 quater l.fall. e dalla L. 124/2017 ad un contratto di leasing la cui risoluzione era avvenuta in un quadro normativo che prevedeva, invece, l’applicabilità dell’art. 1526 c.c..[2]

Le Sezioni Unite, componendo il contrasto giurisprudenziale, hanno ritenuto di dare continuità al diritto vivente che, sino all’entrata in vigore della L. 124/2017, individuava nel leasing un contratto solo socialmente tipico, che si distingueva nelle due figure del leasing di godimento (in cui gli effetti della risoluzione per inadempimento non si estendono alle prestazioni già eseguite e, di conseguenza, l’utilizzatore è tenuto a restituire il bene mentre il concedente ha diritto a mantenere le rate riscosse oltre il risarcimento del danno) e del leasing traslativo (in cui la risoluzione è soggetta all’applicazione analogica dell’art. 1526 c.c. per cui l’utilizzatore è obbligato alla restituzione del bene e il concedente alla restituzione delle rate riscosse, avendo, però, diritto ad ottenere un equo compenso per la concessione in godimento del bene e il suo deprezzamento d’uso oltre al risarcimento del danno).

La legge n. 124 del 2017, ad avviso delle Sezioni Unite, ha fornito una tipizzazione legale del contratto di leasing finanziario in termini di fattispecie generale e unitaria ma non ha carattere retroattivo: la nuova disciplina, dunque, non può trovare applicazione per il passato a quei contratti in cui i presupposti della risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore si siano verificati prima dell’entrata in vigore della novella legislativa, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 1 comma 138 della legge stessa.

Inoltre, le Sezioni Unite hanno chiarito che non è possibile neppure applicare analogicamente l’art. 72 quater l.fall.. Trattasi, infatti, di norma eccezionale che presuppone lo scioglimento del contratto per volontà del Curatore come conseguenza del fallimento dell’utilizzatore e non può, dunque, essere invocata nel caso di contratto di leasing finanziario risolto, per inadempimento dell’utilizzatore, prima del fallimento di quest’ultimo.

Se ne ricava, in conclusione, che, in caso di fallimento dell’utilizzatore, dichiarato successivamente alla risoluzione per inadempimento e prima dell’entrata in vigore della Legge n. 124/2017, il concedente dovrà formulare una completa domanda di insinuazione al passivo e, in virtù dell’art. 1526 c.c., potrà ottenere solo un equo compenso.

 

Desiree Pasquariello

[1] L’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite ha segnalato due questioni di massima importanza aventi ad oggetto 1) l’interpretazione dell’art. 1 commi 136-140 della L. 124/2017 e la possibilità – in coerenza con i principi comunitari di certezza del diritto e di tutela dell’affidamento – di abbandonare l’orientamento che applica l’art. 1526 c.c. nel caso di risoluzione del contratto di leasing traslativo e 2) la legittimità di un procedimento di applicazione analogica c.d. “diacronica” per effetto del quale è sufficiente che la norma da applicare per analogia al caso concreto esista al momento della decisione (non essendo necessaria la sua esistenza al momento di realizzazione della fattispecie).

[2] Si contrapponevano due orientamenti. Secondo il primo doveva ritenersi ancora operante la distinzione, formatasi nel diritto vivente, tra leasing di godimento e leasing traslativo con la relativa diversità di regole applicabili all’una o all’altra fattispecie negoziale: la giurisprudenza della Corte, infatti, ha più volte ribadito che gli effetti della risoluzione per inadempimento del contratto di leasing traslativo sono regolati dall’art. 1526 c.c.. Il secondo orientamento, invece, era incline a valorizzare la novella del 2017 che accomunava la regolamentazione del contratto di leasing superando la distinzione tra leasing traslativo e di godimento e giungeva, pertanto, alla conclusione di non ritenere più applicabile l’art. 1526 c.c..