Cassazione: quando i soci o i terzi possono ottenere dagli amministratori il ristoro dei danni subiti

Quando un comportamento illegittimo degli amministratori integrante la violazione di obblighi specifici connessi alla carica o generici previsti dall’ordinamento sono tali da pregiudicare direttamente un socio o un terzo? Si tratta di un quesito che più volte è approdato sul tavolo della Suprema Corte.

Con la recentissima sentenza n. 14778/2019 la Suprema Corte ribadisce nuovamente gli elementi costitutivi della fattispecie della responsabilità degli amministratori verso i soci ed i terzi rubricata all’art. 2395 c.c. “Azione individuale del socio e del terzo”. La pronuncia, seppur parte di un filone giurisprudenziale ormai consolidato, è significativa poiché evidenzia la confusione che ancora sussiste tra gli operatori in merito agli elementi caratterizzanti la norma in esame.

Per comprendere il contesto in cui si inserisce la predetta sentenza è certamente utile tracciare una breve panoramica dei doveri, oneri e responsabilità dei componenti dell’organo gestorio.
Il sistema di responsabilità delineato dal legislatore è certamente ancorato al ruolo centrale svolto dall’organo gestorio nel determinare la governance societaria ed influenzato dall’ampiezza dei poteri allo stesso attribuiti. Infatti, essendo il legislatore consapevole dell’impossibilità di cristallizzare le attività richieste all’organo gestorio, individua un principio generale al quale tutte le attività poste in essere dallo stesso devono uniformarsi:Gli amministratori devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze […]” (art. 2392 c.c.). Tale norma fissa anche il grado di diligenza richiesto agli amministratori.

Il contraltare agli amplissimi poteri affidati a chi amministra la società è costituito da una particolare strutturazione della loro responsabilità.
Tutte le fattispecie di responsabilità degli amministratori hanno in comune: i) l’assenza di un collegamento diretto con le obbligazioni sociali – delle quali, salvo casi particolari, risponde solo la società con il proprio patrimonio – e con le scelte gestionali inopportune; ii) il fatto di essere innescate da un inadempimento o dalla commissione di un illecito, rientrando nei consueti schemi della responsabilità contrattuale o extracontrattuale, a seconda della fattispecie coinvolta.
Ciò che contribuisce a distinguere le tre fattispecie, oltre alla natura giuridica delle stesse con le conseguenze del caso, è sicuramente la modalità con la quale si configura il danno nella sfera giuridica del danneggiato: società, creditori sociali, soci e terzi.
Tra le tre azioni esercitabili contro gli amministratori, quella esercitabile dal singolo socio o dal terzo ex art. 2395 c.c. è caratterizzata dal fatto che, al fine della sua esperibilità, la condotta illecita dell’amministratore deve aver generato sul socio o sul terzo un danno che si produce nella sfera giuridica di questi ultimi direttamente senza filtri (c.d. danno diretto) e non un mero danno indiretto. Quindi, il socio ed il terzo possono agire direttamente quando l’illecito commesso dall’amministratore lede direttamente un proprio diritto soggettivo patrimoniale. E’ proprio sui diversi concetti di danno diretto ed indiretto che si è concentrata la recentissima pronuncia della Suprema Corte.
In merito all’avverbio “direttamente”, utilizzato dall’art. 2395 c.c. per individuare i soggetti a cui la tutela si riferisce, i Giudici di legittimità hanno specificato che lo stesso non fa riferimento all’interesse tutelato, bensì si riferisce al nesso causale esistente tra la condotta illecita e l’evento dannoso, ponendo quindi l’accento sulla direzione dell’atto lesivo (da ultimo Cass. Civ. n. 2986/2016).
Quindi, seguendo questa indicazione, si potrebbe determinare il perimetro di applicazione dell’art. 2395 c.c. a contrario: un danno indiretto – estraneo all’applicabilità dell’art. 2395 c.c. – si ha in tutti quei casi in cui il socio soffra ad esempio una diminuzione degli utili o del valore della propria partecipazione sociale, quindi un pregiudizio, come riflesso di un danno generato al patrimonio sociale. Un danno diretto si ha, invece, in tutti quei casi in cui il danno subito dal terzo o dal socio non è un riflesso del danno subito dal patrimonio sociale, ma investe immediatamente il loro patrimonio.
E’ pur vero che un’attenta giurisprudenza di legittimità aveva segnalato che un’interpretazione eccessivamente ampia dell’avverbio “direttamente” determinerebbe lo stravolgimento della fattispecie, legittimando l’esercizio di azioni da parte di tutti coloro che, ad esempio, sull’affidamento riposto in dati bilancistici non genuini abbiano preso decisioni rilevatesi poi pregiudizievoli (Cass. Civ. 2685/1989).
Dalle indicazioni fornite dai Giudici di legittimità è facile immaginare come nell’applicazione pratica la linea di confine tra danno cagionato direttamente e danno indiretto veicolato dal pregiudizio subito dal patrimonio sociale sia spesso labile e fumosa.
Uno strumento che permette di orientarsi nella prassi è certamente l’analisi della giurisprudenza di merito, la quale ha più volte avuto occasione di evidenziare che il mero inadempimento contrattuale di una società, la mera inattività dell’assemblea o la mera perdita del capitale sociale, in assenza di un nesso di causalità diretto tra illecito e nocumento del socio e/o terzo, non è idoneo a legittimare questi ultimi ad agire ai sensi dell’art. 2395 c.c.
Analogamente, con riferimento ad esempio a dati di bilancio non genuini, i giudici di merito hanno statuito che affinché vi sia un danno diretto per il socio e/o il terzo è necessario che la falsità/errore del dato contabile sia stata specifica nonché idonea a trarre in inganno. Quindi, è stata considerata integrata la fattispecie di cui all’art. 2395 c.c. nel caso in cui l’illegittima rappresentazione patrimoniale sia stata determinante in un atto di cessione delle azioni della società falsamente rappresentata e ancora quando la stessa sia stata utilizzata per stimolare terzi ad investire nella società o per indurre soci a sottoscrivere aumenti di capitale.
Al fine di confermare gli orientamenti dei giudici di merito, con la recentissima sentenza n. 14778/2019, gli ermellini confermano ancora una volta che il socio è legittimato ad agire contro l’amministratore ai sensi dell’art. 2395 c.c. per ottenere il “risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale […] solo se questi siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato e non il mero riflesso del pregiudizio che abbia colpito l’ente.

Carlo Riso