Bancarotta fraudolenta: pene accessorie flessibili, determinate caso per caso

È incostituzionale la previsione di pene accessorie di durata fissa decennale (in particolare, inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e incapacità di esercitare uffici direttivi nelle imprese) per tutti coloro che siano condannati per bancarotta fraudolenta e bancarotta impropria.

Lo ha affermato la Corte costituzionale, con sent. n. 222/2018 depositata il 5.12.18 (estensore Francesco Viganò), all’esito del giudizio di legittimità promosso dalla Prima sezione della Corte di Cassazione in riferimento agli artt. 216, ultimo comma, e 223, ultimo comma, della legge fallimentare (R.D. n. 267/1942), nella parte in cui prevedono che alla condanna per uno dei fatti previsti in detti articoli – vale a dire, bancarotta fraudolenta e bancarotta c.d. impropria – conseguano obbligatoriamente, per la durata di dieci anni, le pene accessorie della inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e della incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

Già nel 2012 la Corte costituzionale era stata chiamata ad esprimersi sulla questione, ritenendola all’epoca inammissibile, avuto riguardo al petitum formulato dai giudici remittenti, in quanto relativa a materia riservata al legislatore, con appello a quest’ultimo affinché ponesse mano al sistema delle pene accessorie al fine di renderlo pienamente compatibile con i principi della Costituzione, ed in particolare con la finalità rieducativa della pena.

A distanza di cinque anni, e in assenza dell’invocato intervento legislativo, la questione è stata rimessa nuovamente al giudizio della Consulta, con specifico riferimento al carattere fisso della durata decennale di tali pene accessorie, che impedirebbe al giudice una loro determinazione in misura adeguata alle peculiarità del caso concreto: un tanto non appare, in linea di principio, compatibile – secondo la Corte cost. – con i principi costituzionali tanto di ordine generale (principio d’uguaglianza) quanto attinenti direttamente alla materia penale, e segnatamente con i principi di proporzionalità e necessaria individualizzazione del trattamento sanzionatorio.

Infatti, secondo il Giudice delle leggi, la durata indefettibile delle pene accessorie temporanee comminate dall’art. 216, ultimo comma, della legge fallimentare (a cui rinvia lo stesso art. 223, ultimo comma) “non può che generare la possibilità di risposte sanzionatorie manifestamente sproporzionate per eccesso – e dunque in contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost. – rispetto ai fatti di bancarotta fraudolenta meno gravi; e appare comunque distonica rispetto al menzionato principio dell’individualizzazione del trattamento sanzionatorio”.

Prosegue la Corte: “Essenziale a garantire la compatibilità delle pene accessorie di natura interdittiva con il “volto costituzionale” della sanzione penale è, infatti, che esse non risultino manifestamente sproporzionate per eccesso rispetto al concreto disvalore del fatto di reato, tanto da vanificare lo stesso obiettivo di «rieducazione» del reo, imposto dall’art. 27, terzo comma, Cost.”.

Secondo il Giudice delle leggi, il sistema delineato della legge fallimentare vigente già offre una soluzione in grado di sostituirsi alla disposizione censurata, attraverso la sostituzione dell’attuale previsione della durata fissa di dieci anni con la previsione, modellata su quella già prevista per gli artt. 217 e 218 della medesima legge, della durata «fino a dieci anni».

Come sottolineato, da ultimo, dalla Consulta, tale soluzione – soggetta a eventuali rivalutazioni da parte del legislatore – consentirà al giudice di determinare, con valutazione caso per caso e disgiunta da quella che presiede alla commisurazione della pena detentiva, la durata delle pene accessorie in esame sulla base dei criteri indicati dall’art. 133 cod. pen.; durata che potrebbe dunque risultare, in concreto, maggiore di quella della pena detentiva contestualmente inflitta, purché entro il limite massimo di dieci anni. Ciò tenendo conto sia del diverso carico di afflittività, sia della diversa finalità, che caratterizzano le pene accessorie in parola rispetto alla pena detentiva.

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