Il contratto di rete, uno strumento giuridico poco diffuso, ma estremamente duttile

Il contratto di rete è una fattispecie contrattuale introdotta dal legislatore con l’art. 3, co. 4, D.L. 5/09, successivamente convertito con la legge 33/09, che deve essere stipulato per atto pubblico, scrittura privata autenticata o per atto firmato digitalmente. Stante il notevole lasso di tempo ormai trascorso dalla sua introduzione, si tratta di una figura contrattuale che non ha avuto particolare successo nella prassi negoziale nonostante gli aspetti positivi ed innovativi introdotti dalla figura. L’inaspettato insuccesso probabilmente è derivato dalla diffidenza degli operatori che hanno visto più volte riformulata la norma (ed in un periodo più recente sicuramente al venir meno delle agevolazione fiscali); è anche vero che l’introduzione di una figura contrattuale così diversa rispetto a quelle all’epoca diffuse nel panorama italiano non poteva entrare nel nostro ordinamento in sordina.

Il contratto di rete in maniera relativamente semplice e diretta, seppur con modalità diverse, permette alle imprese di raggiungere tutti quegli obiettivi che nella prassi vengono solitamente veicolati dalla creazione di joint ventures, contrattuali o partecipative, o tramite la costituzione di nuovi soggetti giuridici o di patrimoni destinati ad uno specifico affare.

Infatti, nel rispetto degli oggetti sociali delle imprese coinvolte e delle rispettive autonomie imprenditoriali e giuridiche, permette l’individuazione di uno scopo comune in funzione del quale creare tutta una struttura ad esso destinata. Quindi, l’oggetto del contratto di rete costituisce un “obiettivo parallelo”, comune ai partecipanti, che viene raggiunto mediante una strutturazione pattizia della governance e delle risorse comuni.

Già da una sintetica descrizione si apprezza come questo strumento si adatti particolarmente al tessuto socio-economico italiano, perché rende competitiva la piccola e media realtà imprenditoriale italiana, storicamente caratterizzata da uno zoccolo partecipativo con “centro di potere” familiare, sul mercato internazionale.

La finalità è quindi quella di permettere alle piccole e medie imprese di affacciarsi su nuovi e più grandi mercati, come si evince dalla chiara formulazione normativa della causa del contratto a mente della quale le imprese associate: “perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato” (art. 3, co. 4).

Da quanto sopra scritto emerge chiaramente che le parti del contratto di rete devono necessariamente integrare i requisiti richiesti dall’art. 2082 c.c. per la qualifica di imprenditore.

Una volta definito il programma comune, che può essere sia lo svolgimento di attività commerciale o industriale, sia lo scambio di know how, uno dei grandi vantaggi per le imprese che partecipano al contratto di rete è la possibilità di limitare il rischio di quella determinata attività o progetto mediante un semplice strumento contrattuale.

Infatti, il contratto di rete può essere dotato di un fondo patrimoniale comune specificamente destinato dai partecipanti all’attuazione del programma comune; fondo che, rispettate determinate condizioni, costituisce l’unica garanzia per i terzi per le obbligazioni contratte dall’organo comune del network.

Si crea quindi una limitazione di responsabilità patrimoniale analoga a quella che si creerebbe se il programma comune costituisse l’oggetto sociale di un soggetto di diritto autonomo rispetto ai partecipanti del fondo.

In presenza di un fondo comune la rete acquisisce soggettività giuridica e come tale è richiesta: i) una denominazione; ii) una sede; iii) iscrizione al R.I.; iv) la predisposizione di una situazione patrimoniale periodica. Sebbene in una prospettiva tributaristica l’AE ha definito il contratto di rete un soggetto autonomo e distinto dalle imprese partecipanti, da un punto di vista civilistico si dubita che abbia vera e propria personalità giuridica.

Diversamente, in assenza del fondo comune, dei debiti sorti nell’attuazione del programma comune rispondono in solido tutte le imprese partecipanti. Tuttavia, la semplicità di costituzione e di gestione del fondo comune impongono che lo schermo patrimoniale sia uno dei driver principali di questa figura.

E’ dubbio poi se l’iscrizione al R.I. sia prevista a pena di nullità del contratto, oppure se in assenza della stessa il contratto è comunque valido tra le parti pur senza i benefici di segregazione patrimoniali di cui sopra.

Per quanto concerne la creazione del fondo comune, vi è massima espressione dell’autonomia contrattuale: “la misura e i criteri di valutazione dei conferimenti iniziali e degli eventuali contributi successivi che ciascun partecipante si obbliga a versare al fondo nonché le regole di gestione del fondo medesimo” (art. 17, lettera c.).

La realizzazione del programma comune è affidata ad un organo comune che in assenza di specifica indicazione del legislatore può assumere tutte le configurazione che più si adattano alle specifiche circostanze (persona giuridica o fisica, organo individuale o collegiale, più persone con poteri disgiunti, etc.). Anche in merito al funzionamento dello stesso il legislatore non si esprime. Pertanto, saranno le parti che nella loro autonomia privata ne definiranno i meccanismi di funzionamento.

Sebbene oggi non siano più in vigore quelle agevolazioni fiscali (sospensione d’imposta per quegli utili derivanti dal programma comune e conferiti nel fondo) che rendevano i contratti d’impresa uno strumento di internazionalizzazione della piccola e media impresa particolarmente attrattivo, i vantaggi civilistici connessi alla semplicità di segregazione patrimoniale sono comunque tali da imporre agli operatori del settore di non trascurare questa figura contrattuale.

Da ultimo, diversamente che in altri settori, è interessante evidenziare come il contratto di rete abbia avuto un particolare successo nel settore dell’agricoltura. Infatti, un’indagine svolta da Confagricoltura ha evidenziato che ad oggi le imprese agricole che partecipano ad un contratto di rete sono più di 6 mila.

Il particolare successo in ambito agricolo è dovuto principalmente al fatto che, unitamente ai vantaggi di cui sopra, la rete da un lato permette di mettere in comune i fattori di produzione – riducendo così i costi fissi – dall’altro è affiancata da tutta una serie di benefici che incidono positivamente sia sul datore di lavoro sia sul regime di tassazione dei beni prodotti dalla rete.

Carlo Riso