Assemblea dei soci o organo gestorio, chi è legittimato a deliberare il conferimento dell’unica azienda di S.r.l.?

Con la recente sentenza n. 1722/2020, il 27 gennaio 2020 la sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Roma si è pronunciata in merito alla nullità, per contrarietà a norma imperativa, dell’operazione posta in essere dall’organo gestorio che, in violazione della competenza funzionale che la legge riserva all’organo collegiale, ha proceduto con il conferimento dell’unica azienda a favore di una società neocostituita.

Il Tribunale ha precisato che i principi espressi nella sentenza sono applicabili mutatis mutandis anche ai casi in cui ad essere conferiti o ceduti siano tutti i beni che esauriscono il patrimonio della conferente, nonché ad alcune ipotesi di affitto d’azienda, coincidendo gli interessi coinvolti. L’operazione di conferimento viene infatti equiparata dai Giudici a quella di cessione, implicando entrambe le fattispecie degli effetti traslativi (sul punto viene richiamata la sentenza della Suprema Corte n. 2536/2016).

Anzitutto, nel caso in esame si è posto il problema dell’opponibilità della revoca e della nomina dell’organo gestorio, visto l’avvicendarsi in breve tempo di soggetti diversi. Sul punto viene precisato che il fatto che la delibera di revoca del vecchio amministratore e nomina del nuovo amministratore fosse stata depositata al R.I., protocollata ma non ancora evasa, non vale a minare i poteri gestori e rappresentativi del soggetto che – alla data in cui viene posto in essere il conferimento – risulta essere formalmente iscritto quale amministratore della società.

In merito alla definizione delle diverse sfere di competenza degli organi sociali, i Giudici capitolini escludono che la costituzione di una società con partecipazione totalitaria da parte della società costituente, eseguita dal suo amministratore, integri di per sé una operazione idonea a determinare una sostanziale modifica dell’oggetto sociale, deliberazione riservata all’esclusiva competenza dell’assemblea dei soci dall’art. 2479, co. 2, c.c.

Ciò che rimane precluso all’organo gestorio è il conferimento dell’unica azienda. Infatti, determinando una simile operazione un mutamento sostanziale dell’attività esercitata, che da operativa si trasforma in finanziaria, in assenza di delibera assembleare, il conferimento operato dall’amministratore è da considerarsi nullo e, come tale, ancora facente parte del patrimonio della conferente.

Il Tribunale inoltre evidenzia che nullità del conferimento e nullità della società neocostituita sono due questioni che si trovano su piani distinti. Infatti, i Giudici rammentano che i vizi in grado di sancire la nullità della società successivamente all’acquisizione della personalità giuridica da parte della stessa ai sensi all’art. 2332 c.c., essendo caratterizzati dal principio di tassatività, non si prestano ad interpretazione estensiva. Pertanto, non essendo disciplinata la fattispecie della nullità dei conferimenti, la nullità del conferimento dell’unica azienda non genera anche la nullità della società neocostituita; con la conseguenza che il conferimento dichiarato nullo si riverbera esclusivamente sulla consistenza patrimoniale della neocostituita conferitaria e non anche sulla sua esistenza.

Infine, la Corte precisa che il richiamo alla disciplina della rappresentanza generale degli amministratori di cui all’art. 2475 bis, co. 2, c.c. non vale a salvare l’atto di conferimento dell’unica azienda eseguito dall’amministratore in violazione delle norme imperative sulla ripartizione dei poteri. Infatti, la norma citata disciplina gli atti ultra vires posti in essere dall’organo gestorio che non determinano modifiche dell’oggetto sociale (come noto, salvo l’ipotesi di exceptio doli non sono opponibili ai terzi le limitazioni gestorie pur se pubblicate).

Diversamente, l’operazione di finanza straordinaria presa in considerazione dai Giudici capitolini, determinando una modifica dell’oggetto sociale, assunta dall’organo gestorio in violazione dell’art. 2479, co. 2, c.c., viola una limitazione legale ai poteri amministrativi che discende direttamente da una norma che inderogabilmente ne limita la sfera di competenza. Tale operazione, anche in assenza di una espressa previsione normativa, è quindi da considerarsi nulla in ragione del principio generale di cui all’art. 1418, co. 1, c.c. che colpisce con la sanzione più severa tutti i negozi contrari a norme imperative.

La pronuncia in esame è particolarmente interessante perché, pur condividendo le argomentazioni di un’altra pronuncia di merito in materia (Trib. Piacenza del 14.03.2016), differisce sostanzialmente da quest’ultima nella parte in cui prevede che l’eccesso di potere rappresentativo delimitato per legge non si limita a rendere meramente annullabile l’atto posto in essere dall’amministratore, come argomentato dai Giudici piacentini, bensì sanziona lo stesso con la nullità. Tale differente qualificazione giuridica, lungi dall’essere una mera distinzione teorica, ha riflessi pratici in quanto incidendo sugli effetti dell’atto invalido, sui soggetti legittimati ad impugnarlo e sui rispettivi termini di prescrizione, amplia o restringe la tutela della società e/o dei soci.

In attesa che venga coinvolta la Suprema Corte, sarà interessante monitorare l’orientamento che assumerà la giurisprudenza di merito.

 

Carlo Riso