Appropriazione indebita di file aziendali

La Corte di Cassazione ha di recente affermato la configurabilità del reato di appropriazione indebita con riferimento alla condotta di un dipendente che, in occasione delle proprie dimissioni – a cui aveva fatto seguito l’assunzione presso una nuova società, operante nello stesso settore – aveva restituito il notebook aziendale a lui affidato con l’hard disk formattato, impossessandosi dei dati informatici ivi collocati (Cass. pen. Sez. II, n. 11959/2020).

Il caso

Il dipendente in questione, condannato in primo grado per i reati di cui agli artt. 635 quater (danneggiamento di sistemi informatici o telematici) e 646 c.p. (appropriazione indebita), era stato assolto in appello per il primo reato ma ritenuto responsabile in ordine all’appropriazione indebita dei file, e aveva quindi proposto ricorso per cassazione chiedendo di essere assolto anche per tale delitto, sul presupposto che i dati informatici non possano essere suscettibili di appropriazione indebita, in quanto non qualificabili come “cose mobili”.

E invero, se può sembrare ovvio che si possa sottrarre un file o che ce ne si possa appropriare, sotto il profilo penale, per la dottrina e la giurisprudenza maggioritarie, la questione era – almeno sino alla sentenza in commento – tutt’altro che scontata, posto che nel sistema del codice penale la nozione di “cosa mobile” non è definita dalla legge (l’unica espressa disposizione normativa è contenuta nell’art. 624 c.p., che in materia di furto equipara alle cose mobili le energie), tanto che dottrina e giurisprudenza ne hanno nel tempo delimitato una nozione penalistica, individuando alcuni caratteri minimi rappresentati dalla materialità e fisicità dell’oggetto, il quale deve essere definibile nello spazio e suscettibile di essere spostato da un luogo ad un altro.

La Corte di Cassazione, con la sentenza di cui si discute, partendo da tale concetto penalistico di “cosa mobile” e dall’analisi delle nozioni informatiche comunemente accolte di “file” (quale insieme di dati, archiviati o elaborati mediante l’utilizzo di cifre binarie, che occupano fisicamente una porzione di memoria quantificabile) ha superato l’ostacolo logico – proprio dell’orientamento maggioritario – rappresentato dalla ritenuta impossibilità di percepire il file dal punto di vista sensoriale, ritenendo che esso, pur non potendo essere materialmente percepito, possieda comunque “una dimensione fisica costituita dalla grandezza dei dati che lo compongono, come dimostrano l’esistenza di unità di misurazione della capacità di un file di contenere dati e la differente grandezza dei supporti fisici in cui i files possono essere conservati e elaborati” e quindi “pur se difetta il requisito della apprensione materialmente percepibile del file in sé considerato (se non quando esso sia fissato su un supporto digitale che lo contenga), di certo il file rappresenta una cosa mobile”.

Tale interpretazione, a giudizio degli Ermellini, non contrasta con i principi di tassatività e determinatezza della legge penale, ritenendo le Corte che “nell’interpretazione della nozione di cosa mobile, contenuta nell’art. 646 cod. pen., in relazione alle caratteristiche del dato informatico (file) come sopra individuate, ricorre quello che la Corte costituzionale ebbe a definire il «fenomeno della descrizione della fattispecie penale mediante ricorso ad elementi (scientifici, etici, di fatto o di linguaggio comune), nonché a nozioni proprie di discipline giuridiche non penali», situazione in cui «il rinvio, anche implicito, ad altre fonti o ad esterni contrassegni naturalistici non viol[a] il principio di legalità della norma penale – ancorché si sia verificato un mutamento di quelle fonti e di quei contrassegni rispetto al momento in cui la legge penale fu emanata – una volta che la reale situazione non si sia alterata sostanzialmente, essendo invece rimasto fermo lo stesso contenuto significativo dell’espressione usata per indicare gli estremi costitutivi delle fattispecie ed il disvalore della figura criminosa. In tal caso l’evolversi delle fonti di rinvio viene utilizzato mediante interpretazione logico-sistematica, assiologica e per il principio dell’unità dell’ordinamento, non in via analogica» (Corte cost. n. 414 del 1995).

Sara Cancian